Note al capitolo Sei.

(1). Sugli scritti di Aristotele vedi "Le opere di Aristotele" alla
fine di questo capitolo.

(2).  Secondo  la  testimonianza  di  Diogene  Laerzio  -  ritenuta
attendibile  anche  dalla  critica  pi  recente  -  le  opere   di
Aristotele sono centoquarantacinque, pi una serie di epistole, una
poesia  e  una  elegia, per un totale di 445  270  righe.  Per  una
esposizione  sintetica  della  storia  delle  opere  di  Aristotele
confronta  G.  Giannantoni,  Introduzione  ad  Aristotele,   Opere,
edizione economica in undici volumi, Laterza, Bari, 1973.

(3).  La  traduzione italiana di G. Calogero fu  pubblicata  da  La
Nuova  Italia,  Firenze, nel 1935. L'ultima edizione    del  1992.
Sulla  stessa  linea interpretativa di Jaeger  si  muove  anche  E.
Bignone  in  L'Aristotele  perduto e la  formazione  filosofica  di
Epicuro,  La Nuova Italia, Firenze, 1936, ristampato nel  1973  con
una aggiunta di contributi successivi dello stesso Bignone.

(4). In Su la filosofia, scritto subito dopo la morte di Platone, 
evidente  la  critica alla dottrina delle Idee e alla teoria  della
creazione  del  mondo,  che,  invece,  per  Aristotele      eterno
(confronta in particolare i frammenti 10-11 e 19-20. La numerazione
dei  frammenti  quella dell'edizione di W. D. Ross, Oxford,  1955,
ripresa da G. Giannantoni per la citata edizione italiana in undici
volumi, alla quale qui ci riferiamo; i frammenti sono contenuti nel
volume 11).

(5).  Confronta  i  frammenti  1-14  premessi  come  "testimonianze
antiche"  ai frammenti dei Dialoghi. Essoterico significa  "rivolto
all'esterno", destinato a un pubblico vasto e di non specialisti.

(6).  Aristotele fond la sua scuola ad Atene nel 336 avanti Cristo
Il  nome Liceo deriva dal vicino tempio di Apollo "che protegge dai
lupi"  (Ly'keios);  Peripato si riferisce al fatto  che  Aristotele
impartiva  spesso  il  suo  insegnamento passeggiando  (peripaten,
"andare attorno") nel chiostro della scuola.

(7).   Poich   si  tratta  di  scritti  destinati  ai   discepoli,
all'interno della scuola, queste opere sono dette anche  esoteriche
("rivolte   all'interno"),   per  contrapporle   alle   essoteriche
("rivolte all'esterno").

(8).  L'espressione    nel  titolo di un'opera  di  J.  Bidez,  Un
singulier  naufrage  litraire dans l'antiquit,  Bruxelles,  1943.
Sulla vicenda vedi l'appendice alla fine di questo capitolo.

(9).  Confronta,  ad  esempio, Eth. nic.,  1102a,  26-28  ("Intorno
all'anima  abbiamo  detto  alcune  cose  a  sufficienza  anche  nei
discorsi  essoterici e si possono utilizzare quelli") e 1095b,  30-
1096a,  3: "La virt  un bene superiore. [...] e intorno a  questo
argomento basti ci (infatti a sufficienza parlai di ci nei  libri
enciclici)".  "Libri enciclici"  un'altra formula  che  Aristotele
usa  per  definire le opere essoteriche. Nelle note,  le  opere  di
Aristotele sono riportate abbreviate.Per il loro titolo esteso vedi
l'appendice alla fine di questo capitolo.

(10). Vedi capitolo Cinque, 4, pagine 88-90.

(11). Per l'elenco delle opere di Aristotele vedi l'Appendice  alla
fine di questo capitolo.

(12).  Sotto  il  titolo collettivo di Organon  Andronico  di  Rodi
riunisce: Categorie, De interpretatione, Analitici primi, Analitici
secondi, Topici, Elenchi sofistici.

(13).   Metaph.,   1005b,   19-21,  24-25.   Una   definizione   di
contraddizione  si trova nel De interpretatione (17a,  34):  "E  la
contraddizione   dovr   considerarsi   appunto    questo,    ossia
l'affermazione e la negazione contrapposte". Confronta inoltre  An.
post., 77a, 10-22, e Soph. el., 167a, 23.

(14). Metaph., 1011b, 23-24. Confronta anche An. post., 72a, 20-24.

(15).  Confronta Metaph., 1005b, 35-1009a, 5; in particolare 1006b,
11-27.

(16). Nel De interpretatione Aristotele scrive: "Dichiarativi sono,
per, non gi tutti i discorsi, ma quelli
in   cui   sussiste  una  enunciazione  vera  oppure  falsa.   Tale
enunciazione non sussiste certo in tutti: la preghiera, ad esempio,
 un discorso, ma non risulta n vera n falsa. Prescindiamo dunque
dagli altri discorsi, dal momento che l'indagine al riguardo   pi
pertinente alla retorica e alla poetica" (17a, 2-8).

(17).  Con predicato, quando si parla di logica della proposizione,
si intende la parte nominale, distinta dalla copula.

(18).  All'identit  di queste due proposizioni Aristotele  accenna
nel  De interpretatione, 21b, 9. Negli Analitici primi scrive:  "In
effetti, non vi  alcuna differenza tra l'espressione egli  conosce
il  bene  e  egli  a conoscenza del bene, come del  resto  non  ne
sussiste alcuna tra l'espressione egli pu camminare e egli  nella
possibilit di camminare" (51b, 13-15).

(19).  L'elenco delle categorie  fornito da Aristotele  nell'opera
intitolata appunto Categorie, 1b, 25 e nei Topici, 103b, 20.

(20). Cat., 1b, 25.

(21).  Questi  sono i quattro tipi di proposizione  che  Aristotele
studia   negli  Analitici;  nel  De  interpretatione,  oltre   alle
proposizioni  particolari e universali, parla anche di proposizione
singolare (Socrate  giusto) e di proposizione indefinita  (uomo  
giusto). Le lettere A, E, I, O che precedono i tipi di proposizione
della  tabella  costituiscono  un meccanismo  mnemonico  medievale:
rappresentano infatti le vocali dei verbi AffIrmo e nEgO, quindi  A
e I indicano le affermative, E e O le negative.

(22).  Due  termini possono essere tra loro relativi (doppio-mezzo,
padrone-schiavo),   contrari   (sano-malato,   bianco-nero,   pari-
dispari),    o   indicare   possesso-privazione   (chiomato-calvo).
Confronta Cat., 10-11b, 1-24.

(23). De interpr., 19b, 1-35.

(24).   Michele  Psello  (1018-1078)    un  filosofo  ed   erudito
bizantino,   autore,  tra  l'altro,  di  un   Commentario   al   De
interpretatione   di  Aristotele.  In  realt  l'elaborazione   del
quadrato   molto pi antica, infatti esso compare gi in  un'opera
attribuita  ad  Apuleio di Madaura (125-180 dopo Cristo),  l'autore
dell'Asino  d'oro, dal titolo De dogmate Platonis,  nel  cui  terzo
libro  illustrato il nostro quadrato. Quello da noi riprodotto usa
le stesse proposizioni del testo di Apuleio.

(25).  "Sillogismo  propriamente un discorso in cui, posti  alcuni
elementi, risulta per necessit, attraverso gli elementi stabiliti,
qualcosa  di  differente  da essi". Cos  Aristotele  definisce  il
sillogismo all'inizio dei Topici (100a, 25-26).

(26). An. pr., 25b, 38-40.

(27). An. post., 98b, 5-20.

(28).  Se  chiamiamo  P1 la "premessa maggiore",  P2  la  "premessa
minore"  e C la "conclusione" e indichiamo con "V" una proposizione
vera  e  con  "F"  una  proposizione falsa,  possiamo  ricavare  il
seguente schema:

P1:V, P2: V, C:V;
P1:V, P2: F, C: F;
P1: F, P2: V, C:F;
P1: F, P2: F, C: V o F .

 (29). Confronta An. post., 81a, 39-81b, 9.

(30). Ad esempio, uomo, cavallo, eccetera

(31).  Ad  esempio,  bianco,  bene, eccetera  Su  questo  confronta
Topici, in particolare, per genere e specie, il libro quarto.

(32). Confronta An. post., 100a, 15-100b, 15.

(33). Il termine logica compare con gli stoici.

(34).  Fino a Immanuel Kant (1724-1804) si  pensato che  l'Organon
di  Aristotele  esaurisse il campo della logica e che  non  potesse
esservi  aggiunto qualcosa. In seguito vi si sono  individuati  dei
limiti,  primo  tra  tutti quello di affrontare  un  solo  tipo  di
proposizione, la predicativa, trascurando tutti gli altri  tipi  di
relazione.

(35). Confronta An. post., 81b, 9.

(36). Confronta Phys., 110a, 10-20.

(37). Phys., 192b, 10-15.

(38).  "Quando diciamo che un essere non  una determinata cosa  ma
fatto  di una certa cosa (per esempio l'armadio non  legno,  ma  
fatto  di legno, [...]) appare evidente che quest'ultimo termine  
sempre in potenza. [...] Per esempio l'armadio [...]  di legno; il
legno    infatti  armadio  in  potenza,  e  come  tale    materia
dell'armadio,  e  il  legno in generale  materia  dell'armadio  in
generale,  mentre  di  questo dato armadio   materia  questo  dato
legno"  (Metaph., 1049a, 15-25). Aristotele dedica  il  nono  libro
della  Metafisica  all'analisi dei vari significati  di  potenza  e
atto.

(39).   Confronta  Phys.,  194b,  15-198b,  10.  Al  termine  della
trattazione  Aristotele si esprime in estrema  sintesi:  "Le  cause
sono  quattro,  compito del fisico conoscerle tutte  e  dare,  nel
settore  della fisica, la risposta ad ogni perch, riportandolo  ad
esse  tutte,  cio  alla materia, alla forma, al motore,  al  fine"
(198a, 20-25).

(40).  Aristotele  dedica i paragrafi 4-8  del  terzo  libro  della
Fisica (202b, 30-208a, 25) e i paragrafi 5-8 del primo libro del De
caelo  (271b, 1-277b, 25) allo studio dell'infinito e  arriva  alla
conclusione che "il corpo del Tutto non sia infinito" (274a, 25).

(41).  All'analisi  del  problema del vuoto  e  alla  dimostrazione
dell'impossibilit   della  sua  esistenza  Aristotele   dedica   i
paragrafi 6-9 del quarto libro della Fisica (213a, 10-217b, 25). La
conclusione,  in estrema sintesi,  che se esistesse il  vuoto  non
potrebbe esistere il movimento.

(42). "Considerando il corpo primo [cio l'elemento che costituisce
il mondo celeste] come un'altra sostanza oltre a terra, fuoco, aria
e  acqua,  essi  [gli  antichi] chiamarono il luogo  eccelso  etere
(aithr),  e gli diedero questo nome perch esso corre sempre  (ai
then) nell'eternit del tempo" (De caelo, 270b, 20-25).

(43).  "In  conformit con la ragione, adunque, accade  che  uno  e
continuo  sia  il  moto  circolare, e non  gi  quello  rettilineo:
infatti, del moto rettilineo si  determinato un inizio, una fine e
un  mezzo, e tutto ci esso lo ha in se stesso, sicch c' un punto
donde  il  mosso  comincer a muoversi e un punto  dove  finir  di
muoversi  (infatti tutto  in quiete nei limiti,  tanto  in  quello
iniziale  quanto  in  quello finale), al contrario  la  conversione
circolare  non  offre limiti determinati: difatti, perch  mai  uno
qualsiasi  dei punti che sono su una linea circolare  dovr  essere
pi  autenticamente  limite? Allo stesso modo, invero,  ciascuno  
inizio,  mezzo e fine, sicch sempre esso  in principio e in  fine
e, nello stesso tempo, non lo  mai" (Phys., 265a, 28-265b, 2).

(44).  Confronta De caelo, 311b, 35-312a, 15. Il fuoco, che non  ha
pesantezza, si muove verso l'alto; la terra, che non ha leggerezza,
verso  il  basso; l'acqua e l'aria, "che sono pesanti  e  leggere",
verso le zone intermedie.

(45).  Aristotele  studia questi fenomeni nei quattro  libri  della
Meteorologica. I raggi del Sole battendo sulla Terra provocano  due
tipi  di  esalazione:  quella secca che  raggiunge  la  parte  alta
dell'atmosfera  e  quella umida che ne occupa la  parte  bassa.  La
prima  d  luogo  alle  comete, alle stelle cadenti,  eccetera;  la
seconda alle nubi, alla pioggia, alla neve, eccetera (confronta  F.
Adorno,  La  filosofia  antica, Feltrinelli, Milano,  1968,  volume
primo, pagina 330).

(46).  Il movimento del "proietto" sar uno dei temi centrali della
polemica   di  Galileo  (1564-1642)  con  la  fisica  aristotelica.
Aristotele  non  conosce il principio di inerzia (in  qualche  modo
intuto da Democrito) - e comunque non potrebbe accettarlo visto il
suo  rifiuto di prendere in considerazione l'esistenza del vuoto  -
ed  elabora  una complessa teoria: un corpo, ad esempio  un  sasso,
scagliato per aria, mantiene una parte della sua velocit iniziale,
che  progressivamente diminuisce, grazie all'aria che lo  circonda.
E'  l'esatto  contrario di quanto avviene nella fisica  galileiana:
per  Aristotele il mezzo in cui il corpo si muove, anzich  frenare
con   l'attrito  il  movimento,  ne  garantisce  la  conservazione,
contrastando  la stessa forza di gravit. Quindi senza  mezzo  (che
Aristotele chiama veicolo), nel vuoto, non c' movimento. Confronta
Phys.,  215a,  15-20:  "Inoltre, i proiettili  si  muovono  ancora,
bench  non li tocchi pi colui che li ha lanciati, e si muovono  o
per  reazione,  come dicono alcuni, oppure perch  l'aria,  spinta,
spinge a sua volta con un moto pi veloce di quello spostamento  in
virt del quale il corpo stesso viene spostato verso il suo proprio
luogo.  Nessuna di queste cose pu verificarsi nel vuoto e  nessuna
cosa potr essere spostata, se non mediante un veicolo".

(47).  "La natura infatti passa senza soluzione di continuit dalle
cose  inanimate  agli animali per il tramite  di  esseri  che,  pur
essendo  viventi,  non  sono  tuttavia animali,  cosicch,  per  la
reciproca affinit, la differenza tra l'un gruppo e l'altro  appare
minima" (De part. anim., 681a, 13-14).

(48).    L'analisi   e   la   sistemazione   dei   dati   derivanti
dall'osservazione  del  mondo vegetale  fu  affidata  al  discepolo
Teofrasto,  autore di una Storia delle piante e di Le  cause  delle
piante.

(49).  Tutti i manuali ricordano alcune delle scoperte fondamentali
di  Aristotele  nel campo della zoologia, riportate nella  Historia
animalium:  il  fatto  che i cetacei sono  mammiferi,  lo  sviluppo
dell'embrione   del  pulcino,  la  struttura  dello   stomaco   dei
ruminanti, l'accoppiamento dei cefalopodi.

(50). De anima, 402a, 7.

(51). All'inizio del De anima Aristotele passa in rassegna le varie
concezioni dell'anima e ne contesta la validit.

(52).  Confronta De anima, 412b-413a. "Non v' dubbio  che  l'anima
non  sia  separabile  dal corpo" (413a, 5)    la  conclusione  del
ragionamento ivi sostenuto da Aristotele.

(53). Confronta De anima, 414a, 30. L'anima - scrive Aristotele - 
strutturata  come  le figure geometriche: "nel termine  seguente  
contenuto  in potenza il precedente". Ad esempio, nel  pentagono  
contenuto  il quadrato e il triangolo, nel quadrato  contenuto  il
triangolo;  cos la facolt razionale contiene in s la facolt  di
avere sensazioni e quest'ultima la facolt di nutrirsi.

(54).  Una  parte del secondo libro (416b, 33-424b, 20) e  l'inizio
del  libro  terzo  (424b, 21-427, 18). Inoltre  al  problema  della
sensazione    dedicato  il primo dei piccoli  trattati  di  storia
naturale, Del senso e dei sensibili.

(55). Vedi in questo stesso capitolo, pagina 124.

(56).  I due verbi usati da Aristotele, "avvertire" (aisthnesthai)
e  "intendere"  (noen), sono tipici dell'attivit  dei  sensi,  il
primo, e di quella dell'intelletto (nos), il secondo. Confronta De
anima, 246b, 22-23.

(57).  All'inizio del De interpretatione Aristotele scrive  che  "i
suoni  della  voce  sono simbolo delle affezioni  che  hanno  luogo
nell'anima",  cio  le  sensazioni, e che queste  ultime  "sono  le
medesime  per  tutti e costituiscono le immagini  di  oggetti,  gi
identici per tutti" (16a, 2-8).

(58). Confronta De interpr., 16a, 20.

(59). Confronta De anima, 431b, 2-20.

(60).  Con  il titolo Metafisica sono indicati i quattordici  libri
che,  nell'edizione di Andronico di Rodi, venivano "dopo la fisica"
(met  t  physik) e trattavano di filosofia prima. Met in  greco
significa  anche  oltre, al di l, quindi  -  e  per  il  contenuto
dell'opera di Aristotele e per il significato della parola greca  -
con  metafisica si intende ci che trascende, che va al di l della
realt fisica.

(61). Metaph., 981a, 29.

(62).  "Poich  tutto ci-che-si-muove  necessariamente  mosso  da
qualcosa,  qualora una cosa, compiendo un movimento  locale,  abbia
come motore un'altra cosa mossa, e, a sua volta, questo motore  sia
mosso da un'altra cosa mossa, e quest'ultima sia mossa da un'altra,
e  cos  via sempre,  necessario, allora, che vi sia qualcosa  che
faccia  da primo motore e che non si proceda all'infinito"  (Phys.,
242a,  50-55).  La  dimostrazione dell'impossibilit  di  procedere
all'infinito    nelle righe immediatamente successive  (342a,  55-
343a, 30).

(63). Confronta Metaph., 983a, 25-30.

(64).  Metaph.,  983b,  1-3. Inizia a questo  punto  dell'opera  di
Aristotele una rassegna dei filosofi presofisti che rappresenta  la
prima  "storia  della filosofia" e fornisce gran  parte  delle  non
molte notizie che abbiamo sulle origini della filosofia greca.

(65). Metaph., 1006, 32-35.

(66). Metaph., 1003a, 33-1003b, 5.

(67).  Qualcosa che accade (in latino accidens, participio presente
del verbo accido "accado"), ma che potrebbe anche non accadere, che
non    determinante del soggetto. Accidenti sono tutte le  qualit
secondarie, quali il colore, la grandezza, l'altezza, che non hanno
un  senso  autonomo e necessitano di un soggetto su cui "accadere",
senza  peraltro essere determinanti per la definizione dell'essenza
del soggetto stesso.

(68).  "Si  dice accidente ci che appartiene a un  oggetto  e  che
viene  attribuito a questo in modo conforme a verit, ma, tuttavia,
non per necessit n per lo pi, come, ad esempio, nel caso che  un
uomo,  mentre  sta scavando una fossa per piantarvi un  albero,  vi
trovi un tesoro. Trovare un tesoro  un fatto accidentale per colui
che  scava  la  fossa, giacch una cosa non deriva  necessariamente
dall'altra n  necessariamente posteriore ad essa, n si  verifica
che chi sta piantando trovi il pi delle volte un tesoro" (Metaph.,
1025a, 14-19).

(69). Aristotele, come tutti i filosofi che lo hanno preceduto -  e
quelli  che lo seguiranno -  impegnato nella ricerca della  Verit
(Altheia):  vuole svelare, conoscere che cosa sono  le  cose,  gli
enti, che cosa vuol dire essere una cosa e anche che cosa significa
Essere  in generale. Egli non accetta la posizione dei sofisti  che
moltiplicano  le  verit, negando cos di fatto  l'esistenza  della
Verit, ma non si accontenta di percorrere la dritta via che  unica
conduce  alla Verit, sia essa quella di Parmenide, sia  quella  di
Platone  che  porta sicura fuori dalla caverna e  dalle  sue  ombre
verso la luce radiosa delle Idee.

(70). Confronta il paragrafo 8 del quinto libro della Metafisica.

(71).  Cat.,  2b, 1-5. Confronta anche Metaphysica,  1042b,  9:  "I
filosofi  sono  generalmente d'accordo  sulla  sostanza  nella  sua
accezione di sostrato e di materia".

(72).  Del  resto  sostrato (hypokemenon) ha la  stessa  struttura
linguistica  e  semantica  di substantia:  hyp  =  sub  ("sotto"),
kemenon = stans ("che sta", "che giace").

(73). Confronta Metaph., 1017b, 25.

(74).  Una  sintesi  sufficientemente  chiara  di  questi  modi  di
intendere sostanza la fornisce lo stesso Aristotele: "Ed  sostanza
il  sostrato,  cio in un senso la materia (chiamo  materia  quella
che,  senza  essere  in  atto qualcosa  di  determinato,  ,  per,
potenzialmente,  qualcosa di determinato), in  un  altro  senso  il
concetto   e   la  forma,  ossia  ci  che,  essendo  qualcosa   di
determinato, pu esistere separatamente solo per logica astrazione;
in terzo luogo  sostanza il composto di materia e forma, e di esso
soltanto c' generazione e corruzione" (Metaph., 1042a, 26-29).

(75). Confronta Cat., 2b, 30-35. Confronta anche De interpr., 6; De
anima, 402b; Metaph., 1028a, 1032b, 1042a.

(76). Confronta Metaph., 1069a, 30-35.

(77).  Nella  Fisica, come abbiamo gi visto (nota 62),  si  legge:
"Poich tutto ci-che-si-muove  necessariamente mosso da qualcosa,
qualora una cosa, compiendo un movimento locale, abbia come  motore
un'altra  cosa mossa, e, a sua volta, questo motore  sia  mosso  da
un'altra cosa mossa, e quest'ultima sia mossa da un'altra,  e  cos
via  sempre,  necessario allora che vi sia qualcosa che faccia  da
primo  motore  e  che non si proceda all'infinito"  (242a,  50-55).
Confronta   anche  il  paragrafo  6  del  dodicesimo  libro   della
Metafisica.

(78). Confronta Metaph., 1071b, 11-20.

(79). Metaph., 1071b, 17-20.

(80).  Metaph.,  1072b,  10.  Per il  riferimento  a  Platone  vedi
capitolo Cinque, 6, pagine 95-96.

(81).   A.  H.  Armstrong,  Introduzione  alla  filosofia   antica,
traduzione V. Meloni De Vio, Il Mulino, Bologna, 1983, pagina 113.

(82). Metaph., 1072b, 18-19.

(83). Cat., 3b, 25.

(84). Cat., 4a, 11.

(85). Confronta A. H. Armstrong, opera citata, pagine 114-115.

(86). Vedi in questo stesso capitolo, pagina 125.

(87). Metaph., 1072b, 4.

(88).  "Non ci sfugga la differenza tra i ragionamenti che  muovono
dai princpi e quelli invece che ai princpi risalgono" (Eth. nic.,
1095a, 31).

(89). "Ma  anche incerto in che cosa si possa giovare un tessitore
o  un carpentiere per la sua arte della conoscenza del bene, o come
un  medico  o  un generale possa divenire migliore nella  sua  arte
attraverso la contemplazione di questa idea. Sembra infatti che  il
medico non abbia di mira la salute in s, bens quella dell'uomo, o
meglio  anzi  quella  di  un uomo particolare.  Egli  infatti  cura
individui particolari" (Eth. nic., 1097a, 9-14).

(90). Eth. nic., 1097a, 19.

(91). Confronta Eth. nic., 1097a, 25-32.

(92). Confronta Eth. nic., 1097b, 14-1096a, 10.

(93).  Aret  ha  la  stessa origine (il verbo arsko)  di  ristos
(ottimo,   eccellente),  per  cui  in  Aristotele  virt  significa
eccellenza, massimo grado.

(94). Eth. nic., 1098b, 19-20.

(95). "Uno commetter ingiustizia o agir rettamente quando compir
ci  volontariamente;  quando invece agisce  involontariamente,  n
commette  ingiustizia n agisce rettamente, bens  a  caso:  allora
infatti  capita a caso di compiere azioni giuste o ingiuste"  (Eth.
nic.,   1135a,   16-20).  Sulla  volontariet  e  la   scelta   nel
comportamento etico confronta anche, sempre dell'Etica  Nicomachea,
il paragrafo 5 del terzo libro e il paragrafo 2 delsesto  libro.

(96). Eth. nic., 1104a, 20-24.

(97).  Milone,  famoso lottatore, vissuto nel sesto  secolo  avanti
Cristo,  risult  vincitore  in molti giochi  olimpici,  istmici  e
nemei.  Nel  510 guid l'esercito della sua citt, Crotone,  contro
Sibari che fu sconfitta e distrutta.

(98). Confronta Eth. nic., 1106a, 30-1106b, 5.

(99). "Ad esempio del timore, dell'ardire, del desiderio, dell'ira,
della piet e in genere del godere e dell'addolorarsi v' un troppo
e  un  troppo  poco ed entrambi non vanno bene, ma se noi  proviamo
quelle  passioni quando si deve, in ci che si deve, verso  chi  si
deve, allo scopo e nel modo che si deve, allora saremo nel mezzo  e
nell'eccellenza che sono propri della virt" (Eth. nic., 1106b, 19-
23; il corsivo  nostro).

(100). Eth. nic., 1106b, 35.

(101). "Se dunque in confronto alla natura dell'uomo l'intelletto 
qualcosa  di divino, anche la vita conforme a esso sar  divina  in
confronto  alla  vita umana. Non bisogna per  seguire  quelli  che
consigliano che, essendo umani, si attenda a cose umane, ed essendo
mortali  a  cose  mortali, bens, per quanto   possibile,  bisogna
farsi  immortali  e far di tutto per vivere secondo  la  parte  pi
elevata di quelle che sono in noi" (Eth. nic., 1177b, 32-35).

(102).   Pastore  amato  da  Diana,  la  quale  ottenne  che   egli
conservasse la sua bellezza in un sonno
eterno.

(103). Eth. nic., 1178b, 9-24.

(104). Eth. nic., 1179b, 11-15.

(105). Confronta Eth. nic., 1180a, 19-25.

(106). Uno dei pochi dati disponibili in proposito si riferisce  al
322  avanti  Cristo, quando ad Atene fu elevato a  2000  dracme  il
censo necessario per godere della cittadinanza, che fu cos perduta
da  1200 persone e mantenuta da 9000. Confronta M. Maruzzi (a  cura
di), La "Politica" di Aristotele e il problema della schiavit  nel
mondo antico, Paravia, Torino, 1988, pagine 13-14.

(107). La visione che Aristotele ha delle donne  molto diversa  da
quella  platonica:  infatti convinto che "il maschio  per  natura
migliore,  la  femmina peggiore; l'uno fatto quindi per  comandare,
l'altra  per  ubbidire" (Politica, 1254b, 14-15). Altrove  sostiene
che  lo  scopo della generazione  la riproduzione del genere,  per
cui  da  un maschio dovrebbe nascere un maschio, anche se partorito
da  una femmina; ma talvolta capita una sorta di "prodigio", perch
la  natura  in qualche modo "fuorviata dal genere" e allora  nasce
una femmina, ma questi "prodigi" e "fuorviamenti" sono necessari  e
utili   perch  anche  la  donna    necessaria  alla  riproduzione
(confronta De gener. anim., 767b).

(108).  Confronta  Pol., 1053a, 1-10; confronta  anche  Eth.  nic.,
1169b,   18:  "L'uomo  infatti    un  essere  politico  e  portato
naturalmente alla vita in societ".

(109). "E' necessario in primo luogo che si uniscano gli esseri che
non  sono  in  grado  di  esistere separati l'uno  dall'altro,  per
esempio la femmina e il maschio in vista della riproduzione,  [...]
l'essere che pu prevedere con l'intelligenza  capo per natura,  
padrone  per  natura, mentre quello che pu col  corpo  faticare  
soggetto  e  quindi  per natura schiavo: perci padrone  e  schiavo
hanno gli stessi interessi" (Pol., 1252a, 25-35).

(110).  "La prima comunit che risulta da pi famiglie in vista  di
bisogni non quotidiani  il villaggio. Nella forma pi naturale  il
villaggio par che sia una colonia della famiglia, formato da quelli
che  alcuni  chiamano fratelli di latte, figli e  figli  di  figli"
(Pol., 1252b, 13-18).

(111).  "La  comunit  che  risulta di pi  villaggi    lo  stato,
perfetto,   che   raggiunge  ormai,  per  cos  dire,   il   limite
dell'autosufficienza completa: formato bens per rendere  possibile
la  vita,  in realt esiste per rendere possibile una vita  felice"
(Pol., 1552b, 28-31).

(112).  "Ora, come il marinaio fa parte di una comunit, cos  pure
diciamo  il cittadino. E sebbene i marinai abbiano funzioni diverse
(uno  rematore, uno pilota, uno ufficiale di prua, un altro infine
ha  un'altra  designazione del genere)  chiaro che la designazione
pi  esatta  della loro eccellenza (virt) riguarder  ciascuno  in
particolare,  e  tuttavia ce ne sar una comune  che  si  adatta  a
tutti.  La  sicurezza della navigazione  opera di  tutti  loro:  a
questo tende ciascun marinaio" (Pol., 1276b, 21-29).

(113).  Pol.,  1253a,  20. Lo stesso tema dello  stato  come  corpo
umano,  in  cui  ciascun organo ha bisogno degli  altri  per  poter
vivere,    stato  reso  celebre dall'apologo  di  Menenio  Agrippa
(console  nel  503  avanti Cristo) ai plebei romani  che  si  erano
ribellati  ai  patrizi  (confronta Tito  Livio,  Ab  Urbe  condita,
secondo, 32, 8-12).

(114).  Si  pensi  che  anche dal punto di vista  delle  dimensioni
Aristotele immaginava uno stato coincidente con la citt  dei  suoi
tempi:  "Non  potrebbe  sorgere uno stato da  dieci  cittadini,  n
potrebbe essere costituito da centomila" (Eth. nic., 1170b, 31-32).

(115). Pol., 1052a, 32-35.

(116).   Riprendendo   una  posizione  propria   della   sofistica,
Alcidamante,  in occasione dell'asservimento dei Messeni  da  parte
dei  Tebani  (370  avanti Cristo), opponendosi a chi  sosteneva  il
diritto  dei Tebani, afferm che nessuno  schiavo per  natura.  La
sua posizione, ovviamente, fu del tutto isolata.

(117).  Confronta R. Mondolfo, Il pensiero antico, La Nuova Italia,
Firenze,  1961  3,  pagina 149. Si tratta di uno scolio,  cio  una
annotazione critica, alla Retorica di Aristotele, primo, 13.

(118). Pol., 1253b, 21-23.

(119). "In realt, in tutte le cose che risultano costituite da una
pluralit  di  parti e formano un'unica entit comune,  siano  tali
parti  continue o separate, si vede comandante e comandato:  questo
viene nelle creature animate dalla natura nella sua totalit; e, in
effetti,  anche negli esseri che non partecipano di  vita,  c'  un
principio dominatore, ad esempio nel mondo musicale" (Pol.,  1254a,
29-34).

(120).  M. Vegetti, Il coltello e lo stilo, Il Saggiatore,  Milano,
1979, pagina 119. Confronta M. Maruzzi, opera citata,
pagina 30.

(121).    Confronta   Pol.,   1255b,   1-15.   Aristotele,    molto
probabilmente, pensava che anche i propri schiavi non fossero "nati
per  essere schiavi"; infatti nel testamento scrive: "Nessuno degli
schiavi  che  servirono presso di me sia venduto, ma continuino  ad
essere  mantenuti  in  servizio e quando  abbiano  raggiunto  l'et
adulta,  siano  lasciati liberi secondo il  loro  merito"  (Diogene
Laerzio, quinto, primo, 15). Confronta anche J. Barnes, Aristotele,
traduzione di A. Colombo, Dall'Oglio, Milano, 1983, pagina 123.

(122). Pol., 1277b, 35.

(123). Pol., 1328b, 35-1329a, 1.

(124). Vedi in questo stesso capitolo, pagina 141.

(125).  "Se  dunque spetta al legislatore cercare fino  dall'inizio
che  il  fisico  dei  fanciulli allevati  raggiunga  le  condizioni
migliori, deve in primo luogo prestare attenzione al congiungimento
dei  sessi,  quando cio e quali persone conviene che  abbiano  tra
loro rapporti matrimoniali" (Pol., 1334b, 29-34).

(126). Confronta Pol., 1337a, 34-40.

(127). "Nello stesso tempo nessuno tra i cittadini deve ritenere di
appartenere  a  se stesso, ma tutti allo stato, perch  ciascuno  
parte  dello  stato  e la cura di ciascuna parte deve  naturalmente
tenere conto della cura del tutto" (Pol., 1337a, 26-30).

(128).  Confronta A. H. Armstrong, opera citata, pagina  136  e  J.
Barnes, opera citata, pagine 123-124.

(129). Vedi capitolo Cinque, 8, pagina 103.

(130). Poet., 1451b, 1-5.

(131). Ibidem.

(132). Confronta Poet., 1453a, 3-6.

(133). Confronta Poet., 1452b, 30-1453a, 3.

(134).  Oreste    il  figlio di Agamennone e di  Clitennestra  che
uccide  la madre e il suo amante Egisto per vendicare la morte  del
padre,  che era stato pugnalato e decapitato dai due al suo ritorno
dalla guerra di Troia.

(135). Poet., 1453a, 36-37.

(136). La purificazione, la catarsi,  il greco ktharsis.

(137). Poet., 1449b, 21-28.

(138).  Sulla  conoscenza  delle opere  di  Aristotele  durante  il
Medioevo vedi capitolo Undici, 5, pagina 236.

(139).  Tommaso d'Aquino (1221-1274)  uno dei pi grandi  filosofi
cristiani del Medioevo. Vedi capitolo Undici, 5, pagine 236-242.

